La lentezza della neve.
Affacciata alla finestra
ammiro la sua
candida bellezza.
Lucrezia, sposa del conte Serafino del Portone, era una giovane bella e dal carattere dolcissimo. Tutti ammiravano la sua bontà. Era un periodo molto felice per gli sposi perché aspettavano la nascita di un bambino. Una notte Lucrezia si svegliò molto agitata. Aveva sognato un devastante incendio ed una figura angosciante che cercava di ghermirla. Da quel giorno le fiamme visitarono sovente le sue notti. Incendi devastanti che riempivano velocemente gli ambienti. Lei fuggiva terrorizzata da una stanza all’altra ma non trovava mai una via d’uscita. Le lingue di fuoco sembravano vive e si levavano sempre più alte in una danza agghiacciante. Volando tra le fiamme, arrivava anche quell’essere spaventoso che non aveva nulla d’umano. Ridevano sguaiatamente le due teste, saltellava sulle zampe che aveva al posto dei piedi e agitava le pinne al posto delle mani. Erano sogni così vividi da terrorizzarla e farle perdere il sorriso. Il conte Serafino, molto preoccupato per l’agitazione della moglie, decise di chiamare il parroco del paese per avere un consiglio. Dopo lunghi colloqui con Lucrezia e con la sua cameriera, il parroco aveva scoperto che quest’ultima, a volte, portava alla padrona una tisana, che avrebbe dovuto aiutarla a calmarsi. Aveva utilizzato della lattuga, raccolta lungo un vecchio muro del castello. Il parroco aveva chiesto alla donna di accompagnarlo sul luogo. Si era accorto allora che si trattava della lattuga velenosa, una parente selvatica della comune lattuga da insalata, dal sapore amarognolo. Scoperta la causa del problema, Lucrezia in breve tempo si riprese e portò felicemente a termine la gravidanza.
Al mattino suo padre
l'aveva tirato giù dal letto alle quattro per pulire la stalla e mungere le
mucche. Francesco odia quelle incombenze. Vuole solo lasciare il paese e girare
il mondo.
Così nel pomeriggio si era allontanato dalla fattoria senza dire
nulla.
Ora se ne sta sdraiato
sull'erba e medita sul suo futuro. Lo sguardo perso davanti a sé.
Non vede la bellezza
della natura che lo circonda, non sente il profumo dell'erba intorno, gli
alberi rigogliosi che punteggiato il paesaggio, il lento scorrere del ruscello.
Tutto ciò non gli infonde la pace che cerca.
'Parlami vento come fai
con gli alberi' pensa.
Gli ultimi raggi di sole
avvolgono ogni cosa.
E la risposta che cerca
non l'ha trovata ancora. Così si rialza e con passo lento ritorna a casa.
21 gennaio 2023
Scende la neve -
la danzatrice sogna
passi leggeri
Fa capolino
tra la neve leggera
il bucaneve
Il mio Natale:
indugia sul Presepe
sguardo d'infanzia
Scende la neve -
non teme, con il freddo,
l'amore vero
La nuova neve
risveglia l'io fanciullo
che dimora in noi
Magia d'inverno
la coltre bianca copre
il nudo campo
Bianca la neve -
ricopre ogni germoglio
col suo candore
In quel bosco c’era un castagno centenario dal tronco solido
e dalla circonferenza così ampia che per abbracciarlo occorrevano cinque o sei
uomini adulti. Le radici contorte e nodose si diramavano sopra e sotto la
terra, intrecciandosi tra loro. A ben osservare tra una radice e l’altra c’era
come un tunnel profondo e scuro …
In quel luogo abitava Giuditta. Chi è Giuditta? chiederete
voi bambini. Giuditta era una vecchia gnoma che aveva imparato da sua madre a
cercare le erbe curative nel bosco ed a preparare medicine, tisane e pozioni
varie. Se un piccolo gnomo del villaggio aveva il mal di denti lei lo curava
subito con le sue erbe. Giuditta, come del resto tutti gli gnomi, amava molto
la natura e ne aveva cura. Ed i suoi vestiti erano sempre molto colorati: si
era cucita una gonna lunga color del sole, una camicia bianca come la luna, un
cappello a punta verde come le piante che raccoglieva nel cestino, che portava
sempre con lei.
Giuditta era stata cacciata dal villaggio ed aveva trovato
riparo ed una nuova casa proprio sotto il castagno centenario. Ora vi racconto
perché, due anni prima, aveva dovuto lasciare il villaggio. Era inverno e
faceva molto freddo così moltissimi abitanti si erano ammalati. Giuditta aveva
cercato di curarli come meglio poteva ma, ad un certo punto, le sue erbe
medicinali avevano cominciato a scarseggiare. Così quando anche Davide, il capo
del villaggio, sua moglie Vera e suo figlio Benjamin si erano ammalati, lei
aveva fatto tutto quello che poteva per curarli. Vera però aveva continuato ad
aggravarsi ed era morta.
Davide non si rassegnava alla perdita e aveva accusato
Giuditta di non averla curata bene. “Non hai salvato mia moglie – le aveva
gridato – non voglio vederti mai più. Vattene via dal villaggio e non tornare
più!”
Cammina e cammina aveva trovato il grande castagno e
scoperto che sotto le radici c’era uno spazio abbastanza grande per vivere e lì
era rimasta. Ogni primavera, estate ed autunno usciva a cercare le sue amate
piante. In groppa alla sua amica lepre raggiungeva i luoghi più lontani. In
inverno stava chiusa nella sua casetta ma era molto triste, perché si sentiva
sola.
Quell’inverno qualcuno bussò con insistenza alla sua
porticina. “Chi è?” aveva chiesto. “Sono Benjamin, il figlio del capo
villaggio, ti prego apri la porta.” Giuditta aveva aperto la porta: “Come mai
stai bussando alla mia porta?” aveva chiesto, preoccupata. “Ti prego, devi
venire con me al villaggio, mio padre sta molto male e nessuno è in grado di
curarlo. Abbiamo bisogno di te.” Giuditta non se lo fece ripetere due volte e,
preso il cestino con le sue erbe e le tisane s’affrettò a seguirlo.
Quando Davide la vide si fece scuro in volto e con un filo
di voce le disse: “Cosa sei venuta a fare, qui?” “Sono qui per curarti, se me
lo permetti” rispose lei. Il capo villaggio ma voltò il capo da un’altra parte
senza dire più nulla, perché faceva fatica a parlare. Benjamin intervenne:
“Papà, devi permettere a Giuditta di curarti, ti prego. Io ho bisogno di te e
anche tutti gli abitanti del villaggio vogliono che tu guarisca.” Commosso da
quelle parole Davide, sorrise al figlio, e si decise a prendere la medicina che
Giuditta aveva preparato per lui. Dopo qualche giorno di cure amorevoli, Davide
si sentì meglio e riuscì ad alzarsi dal letto e ad affacciarsi alla finestra
per salutare gli abitanti del villaggio.
Poi chiamo Giuditta e le disse: “Ti ringrazio per avermi
curato e ridato la salute. Tu sei davvero una brava persona ed io devo
chiederti scusa per averti cacciato dal villaggio. Qui c’è un gran bisogno
della tua presenza e vorrei che tu tornassi a vivere con tutti noi.” “Non
preoccuparti – rispose Giuditta – ogni volta che ci sarà bisogno di me tornerò.
Però preferisco restare nella mia casetta nel bosco e voi potete venire a
trovarmi ogni tanto, se volete. Là, io potrò continuare a raccogliere, tutti i
giorni, le erbe che servono a curare.”
Preso il suo cestino sottobraccio, con il sorriso sulle
labbra, lentamente s’avviò verso casa.
(13 gennaio 2021)
Piove
sulla città illuminata,
sulla strada deserta
e buia.
Piove
sui sentimenti
e le emozioni,
sulle paure e le delusioni.
Piove
sui piccoli, sui giovani,
gli anziani e quanti
provano passioni.
Piove
sul mio viso teso.
sul ricordo di te
che non sei qui.
Piove
sulle mie lacrime vere.
(dic. 2006)